Il governo Meloni l’anno scorso ha inaugurato una nuova stagione di tagli al finanziamento pubblico delle università. Nel luglio 2024, il decreto con cui viene erogato il FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario) ha decurtato di oltre 500 milioni il finanziamento originariamente previsto per lo stesso anno: quasi 200 milioni in meno di FFO a cui aggiungere oltre 300 milioni di finanziamento straordinario che sostanzialmente verranno persi, tramite un sistema di “inglobamenti” di finanziamenti che prima erano aggiuntivi. Al contrario, vengono favoriti gli atenei telematici privati tramite una riforma che ha innalzato il numero di studenti assegnabile per ogni docente. Ulteriori tagli sono in previsione per gli anni 2025/2026/2027: la legge di bilancio 2025 prevede oltre 200 milioni l’anno di tagli al finanziamento del Ministero dell’Università e della Ricerca, oltre ad aver bloccato per il 2025 il turn over al 75% di docenti e personale amministrativo, cioè per ogni 4 pensionamenti si potranno assumere 3 lavoratori (il blocco per i soli ricercatori sarà nel 2026). La stessa legge destina 35 miliardi tra il 2025 e il 2039 alle spese militari: nel 2025 solo i pagamenti del Ministero della Difesa incrementano di 3,349 miliardi rispetto al 2024 (+180%). Solo questo dato è sufficiente a dimostrare come si sia entrati in un’economia di guerra: tagli a sanità e istruzione pubbliche per finanziare armamenti.
Cosa dobbiamo aspettarci? Un’importante contrazione del personale a tempo indeterminato e di ruolo con poche possibilità di stabilizzazione per le categorie più deboli, cioè i precari amministrativi e della ricerca: non è un caso che questi ultimi si stiano mobilitando contro i tagli e il disegno di legge Bernini che riforma il pre-ruolo precarizzandolo ulteriormente. Già oggi, oltre il 30% del personale che lavora in scuole e università è precario: è il valore più alto nella pubblica amministrazione. Ciò è una conseguenza di un precedente attacco al sistema pubblico dell’istruzione operato dal governo Berlusconi tra il 2009 e il 2013. La Legge 133 del 2008 aveva infatti previsto riduzioni crescenti al finanziamento universitario: si partiva da 63 milioni di taglio nel 2009 fino a raggiungere 455 milioni di taglio nel 2013. Il governo Meloni è partito subito con un taglio di 513 milioni nel 2024. Ricordiamo le grandi proteste della comunità accademica negli anni 2008, 2009 e 2010 (che dai giornali fu denominata protesta dell’Onda) contro quei tagli e la successiva legge Gelmini di riforma dell’università. Quelle mobilitazioni non impedirono quei definanziamenti. Ma nei 10 anni successivi, tra il 2014 e il 2023, i governi che si sono succeduti si sono guardati bene da operare tagli al sistema pubblico universitario e, al contrario, hanno investito. E’ importante pertanto una presa di coscienza da parte di tutta la comunità accademica e un sostegno alle mobilitazioni in corso e che seguiranno.